Il veto ungherese riaccende il dibattito europeo
Il blocco imposto dall'Ungheria di Viktor Orbán al prestito europeo da 90 miliardi di euro destinato all'Ucraina rappresenta l'ennesimo episodio di una strategia ostruzionistica che sta mettendo a dura prova l'unità europea. Come riporta AGI, oltre al sostegno finanziario a Kiev, Budapest ha anche fermato il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, confermando un pattern che si ripete ormai da mesi.
"È molto difficile per l'Ue agire come un attore unitario di politica estera quando allo stesso tempo c'è la minaccia che uno o due Stati membri pongano il veto", spiega Niels Kirst, professore di diritto europeo presso la Dublin City University, intervistato da AGI. Questa debolezza, secondo l'esperto, "permette ad altri attori, come gli Stati Uniti, la Cina e la Russia, di sfruttare queste divisioni per cercare di dividere l'Ue".
Le strade per superare l'impasse
Di fronte a questa paralisi, l'Unione Europea sta esplorando diverse soluzioni. La più immediata è la cooperazione rafforzata, che consente a nove Stati membri di procedere autonomamente su specifiche questioni politiche. "Non è l'ideale perché rischia una frammentazione dell'Europa, ma è comunque meglio della paralisi", osserva Kirst.
La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, sta infatti promuovendo un uso più frequente di questo meccanismo. Von der Leyen ha già sperimentato con successo questo approccio quando era ministra della Difesa tedesca, spingendo per la cooperazione strutturata permanente (PESCO) nel settore della difesa.
L'Europa a due velocità prende forma
Emerge sempre più chiaramente un nucleo di sei Paesi - Germania, Francia, Italia, Polonia, Spagna e Paesi Bassi - disposti ad accelerare l'integrazione, specialmente sul mercato interno. "Sul mercato interno sarebbe molto prezioso", conferma Kirst, anche se precisa che "in politica estera è una questione diversa: lì il gruppo è diviso".
Questa configurazione potrebbe rappresentare il primo passo verso un'Europa a geometria variabile, dove i Paesi più europeisti procedono verso una maggiore integrazione, lasciando indietro chi preferisce mantenere prerogative nazionali.
Gli strumenti di pressione esistenti
L'Unione ha a disposizione diversi meccanismi per gestire i Paesi meno cooperativi. Il più efficace si è rivelato la condizionalità finanziaria: "L'Ungheria è soggetta al regolamento sulla condizionalità, e ha già perso parecchi fondi", spiega l'esperto. "Sebbene non sia la soluzione più 'educata', funziona".
Più complesso l'utilizzo dell'articolo 7, definito da José Manuel Barroso "l'arma nucleare del diritto europeo". Tuttavia, questo strumento si è rivelato "una tigre di carta" perché richiede maggioranze molto elevate che difficilmente si raggiungono quando più Stati violano contemporaneamente i valori europei.
Le prospettive future
La modifica dei trattati europei per estendere il voto a maggioranza qualificata alla politica estera resta un'opzione remota. "È molto improbabile nei prossimi anni, anche perché richiederebbe l'unanimità", sottolinea Kirst. Anche la clausola passerella, che permetterebbe di spostare alcune materie dall'unanimità alla maggioranza qualificata, necessita del consenso unanime.
Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha accusato l'Ungheria di violare il principio di leale cooperazione, ma come osserva Kirst, "se non hai strumenti per farlo realmente rispettare, allora vale tanto quanto la carta su cui è scritto".