Un calvario trasformato in capolavoro televisivo
Come riporta Wired Italia, la miniserie 'Portobello' di Marco Bellocchio trasforma uno dei casi di malagiustizia più deliranti della storia italiana in un racconto d'autore che denuncia "l'espressione più bassa dell'umanità: la menzogna". La serie, presentata al Festival del Cinema di Venezia e ora disponibile su HBO Max, ricostruisce in cinque episodi il calvario giudiziario di Enzo Tortora.
Gifuni nei panni di un'icona televisiva
Fabrizio Gifuni interpreta il celebre conduttore "pressoché in totale identità col personaggio", come sottolinea la recensione di Wired. Secondo Repubblica, il sodalizio tra l'attore e il regista si rinnova in questa produzione dove "il caso Tortora diventa un racconto sulla solitudine, la fragilità della giustizia e il valore della memoria per comprendere il presente".
I primi episodi ricostruiscono gli anni d'oro della carriera di Tortora, quando il varietà 'Portobello' rappresentava "una pietra miliare della mitologia televisiva nostrana" e teneva incollati allo schermo milioni di italiani "da Nord a Sud, adorato dagli spettatori che seguivano il programma d'intrattenimento con fervore religioso".
La fiera dell'assurdo: accusatori mossi da invidia
La narrazione di Bellocchio mette in luce "la contrapposizione tra la dignità stoica della vittima e la sconcertante bassezza dei suoi accusatori". Tra questi spicca Giovanni Pandico, interpretato da Lino Musella, "ragioniere omicida affetto da disturbi psichiatrici" e "scribacchino del boss Raffaele Cutolo dalle sproporzionate velleità artistiche".
Come evidenzia Wired, Pandico "dalla galera, osserva Tortora in tv alternando idolatria e invidia" e quando "l'illusione di essere una figura rilevante nell'organizzazione del Professore svanisce, decide di trascinare nel fango un idolo". Lo seguiranno altri personaggi grotteschi come il sicario Pasquale Barra e il pittore fallito Giuseppe Margutti, "quasi tutti accomunati da una sconfinata mitomania".
Un sistema giudiziario al collasso
La serie non risparmia nemmeno "dalla parte della Legge", mostrando "figure macchiettistiche come il magistrato Lucio Di Pietro" che portano avanti "interrogatori farseschi e denunce omertose". Solo in corte d'appello un giudice serio, Michele Morello, riesce a smontare accuse tenute in piedi "anche dopo che un indizio fondamentale si era rivelato un equivoco".
Il risultato finale è quello che Wired definisce "un horror", dove per la procura "diventa più importante salvare la faccia che salvare la vita di un uomo", trasformando la giustizia in "lo show, vero, di gente destinata al girone infernale riservato ai diffamatori".


