La controversia scoppiata alla Berlinale

Il più importante festival cinematografico tedesco si trova al centro di un acceso dibattito che va ben oltre la settima arte. La Berlinale 2026, che culminerà con l'assegnazione dell'Orso d'oro il 22 febbraio, sta vivendo giorni di forte tensione a causa delle posizioni assunte dalla giuria presieduta da Wim Wenders.

Il celebre regista tedesco ha suscitato numerose critiche per il suo approccio alle questioni politiche contemporanee, dichiarando: "Dobbiamo stare fuori dalla politica perché se facciamo film che sono specificatamente politici, entriamo nel campo della politica".

Le reazioni degli ospiti e il caso Roy

La linea della neutralità è stata sostenuta anche da altri protagonisti del festival. Michelle Yeoh, insignita dell'Orso alla carriera, e Neil Patrick Harris, in concorso con "Sunny Dancer", hanno ribadito la necessità di mantenere un profilo "apolitico" di fronte alle domande dei giornalisti.

Questo atteggiamento ha provocato la clamorosa decisione di Arundhati Roy, nota scrittrice indiana, di abbandonare il festival. "Sentirli dire che l'arte non dovrebbe essere politica è sbalorditivo", ha commentato Roy, accusando i giurati di voler "bloccare la conversazione su un crimine contro l'umanità".

La difesa della direzione del festival

Tricia Tuttle, presidente della Berlinale 2026, è intervenuta con un lungo comunicato per difendere la libertà di espressione degli artisti. "La libertà di parola alla Berlinale c'è", ha affermato, sottolineando come i filmmaker vengano spesso messi sotto pressione per esprimersi su ogni questione.

Tuttle ha evidenziato che molti dei 278 film in competizione affrontano temi cruciali come genocidio, violenza sessuale e corruzione, ma queste voci rischiano di essere oscurate dalle polemiche sulla giuria.