Un ottantenne senza paura

Moni Ovadia si prepara a soffiare su ottanta candeline il prossimo 16 aprile, ma la sua voce resta ferma e inequivocabile. Come riporta l'ANSA, l'artista milanese nato a Plovdiv nel 1946 non ha perso nulla della sua carica polemica: "Oggi, a ottant'anni, ho paura solo dei servi. Senza di loro i criminali dittatori come Trump e Netanyahu avrebbero potuto fare ben poco".

Una dichiarazione che fotografa perfettamente lo spirito di un uomo che ha fatto del coraggio civile la sua bandiera, mostrandosi ancora una volta come "un ebreo antisionista" pronto a sfidare ogni convenzione per difendere le proprie convinzioni.

I maestri di una vita eclettica

La carriera poliedrica di Ovadia - attore, cantautore, scrittore e produttore discografico - affonda le radici in incontri fondamentali che hanno segnato la sua formazione. "Ho sempre vissuto facendo tutto quello che avesse la capacità di stupirmi", confessa all'ANSA, ricordando i suoi mentori.

A diciassette anni fu guidato dall'etno-musicologo Roberto Leydi, seguito poi da Claudio Magris e dall'"incontro folgorante" con Tadeusz Kantor, il genio della scena teatrale polacca che considera "forse il più grande teatrante di tutto il Novecento". Un percorso di crescita completato dall'analisi freudiana intrapresa a trentacinque anni: "Otto anni per quattro volte alla settimana e mi sono salvato la vita".

La battaglia contro il sionismo

Quello che rende Ovadia una figura tanto discussa quanto rispettata è la sua posizione netta sul conflitto israelo-palestinese. "Sto col popolo palestinese radicalmente anche se sono ebreo", dichiara senza esitazioni. La sua critica al sionismo è radicale: "È un crimine colonialista razzista e segregazionista".

Citando il grande rabbino Soloveitchik, Ovadia definisce il sionismo "una forma terrificante di idolatria della terra", aggiungendo una riflessione provocatoria: "Se fossi un credente direi che il sionismo è la punizione che Dio ha lanciato contro gli ebrei per avere scelto la via nazionalista".

Un futuro inquietante

Lo sguardo di Ovadia verso il futuro non è ottimista. "Credo vedremo cose molto dolorose nel prossimo e medio futuro", avverte, denunciando la rinascita delle "forze oscure del suprematismo, della volontà di dominio sugli altri, del razzismo e del colonialismo".

Trump e Netanyahu, secondo l'artista, incarnano questa "spaventosa logica e mentalità criminale" e andrebbero "chiusi in case di cura" per i loro "aspetti decisamente psicopatologici". Una diagnosi severa che riflette la sua convinzione che il nazionalismo sia "un crimine in sé stesso".

Serenità e impegno

Nonostante le preoccupazioni per il presente, Ovadia guarda con soddisfazione al suo percorso personale. Ha trovato l'equilibrio con la compagna Elisa Savi, "donna straordinaria" con cui vive da trent'anni "con stima e libertà reciproca". Un'unione che dimostra come "una coppia non deve diventare una galera".

La sua filosofia di vita resta ancorata all'etica più che all'estetica, guidata da quella spiritualità laica che definisce "la dimensione interiore per costruire un senso nella vita". E se il mainstream lo considera "una specie di terrorista estremista", Ovadia continua imperterrito la sua battaglia contro quella che Einstein chiamava l'infinita stupidità umana.