Il cinema di Bi Gan continua la sua esplorazione dell'onirico con Resurrection, un'opera che conferma la maturità artistica del regista cinese già emersa con il folgorante Kaili Blues e consolidata con Un lungo viaggio nella notte.
Il linguaggio dell'illusione cinematografica
Come riporta BadTaste, Resurrection parte da un assunto fondamentale espresso dal protagonista del precedente film di Bi Gan: "La differenza tra un film e un ricordo è che i film sono sempre fasulli, ma i ricordi mischiano verità e bugie". Questa riflessione diventa il fulcro teorico attorno al quale ruota l'intera narrazione del nuovo lavoro.
Il regista sviluppa ulteriormente il concetto attraverso il sillogismo che lega sogni, ricordi e cinema: "I sogni sono ricordi perduti", afferma il protagonista, creando un ponte concettuale con l'opera precedente premiata a Cannes. Se i sogni sono ricordi, allora anche essi mescolano vero e falso, ma paradossalmente il cinema, pur essendo "sempre inattendibile", diventa sia macchina dei sogni che corpo sognante autonomo.
Una struttura narrativa complessa
Secondo la recensione di BadTaste, Resurrection si articola in "quattro ricordi-fiabe-sogni, più un prologo e un epilogo", ciascuno mantenendo "viva la sua natura ambigua". Ogni episodio inizia in medias res e si conclude quando sembra aver trovato una direzione, mimando la logica onirica dove tutto "appare e svanisce di fronte ai tuoi occhi".
La tecnica cinematografica si mette al servizio del senso complessivo: i caratteristici piani sequenza di Bi Gan plasmano "materialmente le coordinate di una scrittura difficile da decriptare nella sua multiforme irragionevolezza". Il flusso di domande, voci e apparizioni fantasmatiche crea un'esperienza sensoriale che riflette la natura stessa del sogno.
Il cinema come rifugio dall'artificiale
Nel futuro distopico descritto dal film, come evidenzia la critica, "perdere la possibilità di sognare è il compromesso faustiano per l'eternità". Ma questa perdita comporta anche l'eliminazione dell'"escapistica illusorietà che è propria dell'arte cinematografica", negata paradossalmente perché "più vera della realtà".
Il protagonista di Resurrection esprime chiaramente questo dilemma: "le illusioni fanno male ma sono terribilmente reali, non voglio vivere in un mondo finto". Una dichiarazione che riecheggia la ricerca di autenticità in un'epoca di artificio crescente.
L'omaggio alla storia del cinema
Il viaggio cinematografico di Bi Gan attraversa epoche e stili: "parte da Méliès, dai cromatismi dell'espressionismo e arriva ai Lumière", toccando "i fantasmi della rivoluzione culturale cinese, i prestigiatori e l'inganno del millennium bug". Il finale, ambientato nell'ultima notte del 1999, vede una comunità scegliere di "allestire una proiezione in strada, di tornare indietro fino all'Innaffiatore innaffiato".
Questa sequenza conclusiva rappresenta una rivendicazione del "cinema come sogno collettivo", un'esperienza condivisa che permette di "sognare insieme" e trovare nuove risposte alle domande esistenziali. Come osserva la recensione, davanti al film "non ci si può che perdere, confondere e diventare pura luce", trasformandosi in "fantasmi della storia" che continuano a vivere proiettati nei film.