La geometria dell'esistenza secondo Ozon
François Ozon si cimenta in una delle sfide più ardue del cinema contemporaneo: adattare 'Lo straniero' di Albert Camus, capolavoro della letteratura esistenzialista del Novecento. Come riporta BadTaste, il regista francese trova nella trasposizione cinematografica "uno spazio di esaltazione del linguaggio cinematografico", costruendo un film che parla attraverso le immagini più che attraverso le parole.
La genialità dell'approccio di Ozon, insieme al direttore della fotografia Manu Dacosse, risiede nell'utilizzo di tre composizioni geometriche distinte per scandire l'evoluzione del protagonista Meursault, interpretato da Benjamin Voisin. Il primo atto è dominato da linee verticali che separano e isolano: quando il giovane viene informato della morte della madre, le assi, le pareti e le finestre creano barriere visive dall'alto al basso, simboleggiando l'alienazione del personaggio.
Dal conformismo alla trasgressione
Il secondo atto segna un cambio di prospettiva radicale. Secondo la recensione di BadTaste, "la fotografia utilizza elementi geometrici come scale o la pediera del letto per inquadrare il protagonista dentro linee prevalentemente orizzontali". È il momento delle passioni, vissute ma anche soppresse da Meursault, un giovane che "vive nel qui ed ora, non cerca un senso, non si conforma alle emozioni di tutti".
La tragedia si consuma in riva al mare, dove il protagonista assiste al culmine di una rivalità tra uomini. Senza apparente ragione, decide di partecipare al fatto commettendo l'omicidio che segnerà il suo destino: uccide un arabo con cinque colpi di pistola, accecato dal riflesso di un coltello che cattura la luce del sole.
La prigione delle convenzioni sociali
La terza parte trasforma il film in un processo non tanto all'omicidio quanto alla diversità stessa di Meursault. Ozon utilizza ora le grate come forma compositiva prevalente, unendo le linee verticali del primo atto a quelle orizzontali del secondo. "Il processo, secondo questa immagine, è iniziato ben prima del delitto", osserva la critica, sottolineando come la prigionia del protagonista abbia radici nel suo modo di vivere "così incomprensibile - e quindi pericoloso - per chi lo osserva".
Un cinema che parla per immagini
L'opera di Ozon si inserisce nella scia del tentativo di Luchino Visconti, che già nel 1967 aveva provato ad adattare Camus per il grande schermo. Il regista francese riesce nell'impresa creando un film dalla struttura quasi bipolare: "La prima ora è quasi da film muto. I dialoghi potrebbero essere didascalie. La seconda è carica di significato in ogni parola".
Attraverso un bianco e nero che BadTaste definisce "morale", Ozon inquadra i corpi esaltando "la bellezza della giovinezza o, al contrario, le rughe della vecchiaia", creando un'opera "magnetica e totalizzante" che diventa "una lezione su come la grande letteratura possa essere adattata al cinema".